Brasile: tra speranza e paura

La campagna elettorale per le presidenziali brasiliane è stata caratterizzata dalla contrapposizione, da un lato, tra i continui attacchi alla sinistra da parte del candidato socialdemocratico di centro-destra, José Serra, e, dall’altro, il PT, il Partito dei Lavoratori, che alimentava le speranze per un cambiamento reale.

La campagna elettorale per le presidenziali brasiliane è stata caratterizzata dalla contrapposizione, da un lato, tra i continui attacchi alla sinistra da parte del candidato socialdemocratico di centro-destra, José Serra, e, dall’altro, il PT, il Partito dei Lavoratori, che alimentava le speranze per un cambiamento reale. Ma dobbiamo veramente credere alla propaganda elettorale di entrambe le parti, ed aspettarci o che il Brasile è diventato comunista, oppure che sta cominciando a creare un vero cambiamento sociale, a partire dalle recenti elezioni di Luis Inacio da Silva del PT? Quando venne fondato il PT, nei primi anni ’80, era un interessante e decisamente entusiasmante esperimento di politica di partito. Era quanto di meglio ci si potesse aspettare da un partito. Un partito costruito veramente dal basso, con legami molto forti con il nuovo movimento sindacale, la sinistra della Chiesa Cattolica, i nuovi movimenti sociali come i movimenti di quartiere e la sinistra della classe media. Tutto questo riunito in un unico partito, orientato ad appoggiare i movimenti nelle loro lotte extra-parlamentari, ed un’ampia gamma di tendenze politiche di sinistra che convivevano all’interno di un raro assetto democratico di partito. A quei tempi, la gente era orgogliosa di appartenere al PT: gli studenti indossavano a scuola le magliette ed i distintivi dei PT e si assisteva ad interminabili discussioni sugli autobus, nelle parrocchie e nei quartieri. In occasione del 1 Maggio, il CUT, il nuovo sindacato di sinistra affiliato con il PT, portava decine di migliaia di persone nelle piazze per protestare per i diritti dei lavoratori. Quelli erano i giorni in cui il Brasile si lasciava alle spalle 30 anni di dittatura e la gente sperava di costruire un nuovo paese basato sulla giustizia sociale e sulla libertà politica. Nel 1989, Luis Inacio da Silva, o Lula, si candidò presidente per la prima volta. Nessuno credeva veramente che potesse vincere. Ma accadde qualcosa che sorprese anche i militanti più entusiasti: il PT andò molto vicino alla vittoria. Una grande campagna senza precedenti, diretta dai media, creò un clima di “terrore rosso”. Dozzine di articoli di giornale demonizzarono il Partito dei Lavoratori ed i suoi esponenti “radicali”. Le persone comuni dicevano che se il PT avesse vinto, avrebbe confiscato le case alla gente ed avrebbe nazionalizzato le imprese private. “Avete una casa con tre stanze per solo due persone?” si sentiva dire spesso. “Allora il PT vi porterà via una stanza per darla ai senza-tetto.” Articoli di giornale e servizi televisivi fomentavano spesso questo tipo di dicerie. Visto che le elezioni si avvicinavano ed il PT aveva ancora oltre il 40% dei consensi, venne messa in atto una campagna di diffamazione e manipolazione ancora più sporca. Fernando Collor de Mello mostrò al pubblico l’ex-fidanzata di Lula la quale affermò che lui le avrebbe chiesto di abortire. Successivamente, il gruppo mediatico conservatore TV Globo manipolò esplicitamente la presentazione dell’ultimo dibattito presidenziale in modo da favorire Collor. Lula perse, ma per meno del 7% dei voti. La grande ed improvvisa speranza di un cambiamento radicale della società brasiliana rimase frustrata. Collor vinse e venne presto incriminato da un movimento di massa contro la corruzione del governo federale, ma il PT aveva subito una sconfitta dalle conseguenze profonde. Dato che il paese era governato dai media e dalle vecchie oligarchie, il partito doveva cambiare strategia e struttura se voleva veramente salire al potere. E così arrivarono i cambiamenti. Negli anni ‘90, il PT centralizzò la sua struttura e divenne più pragmatico. Si focalizzò non più sui movimenti sociali e sui sindacati, ma sui parlamenti e la politica istituzionale. Ebbe sempre meno militanti reali e sempre più personale pagato a servizio di deputati, sindaci ed altri apparati burocratici. Le vecchie giornate dei lavoratori con decine di migliaia di militanti sembravano un ricordo lontano. Il 1 Maggio era adesso un grande concerto con celebrità pagate per l’occasione che cantavano e suonavano, attraendo una folla molto apatica venuta ad assistere allo spettacolo. Non si vedeva più il/la tradizionale militante del PT, entusiasta del suo partito e appassionato/a di politica verace. Il tipico militante del PT era diventato un burocrate al servizio del partito. La centralizzazione della struttura del partito portò alla scissione di alcune componenti di sinistra (particolarmente di tendenza trotskista), ed alla sottomissione dell’autonomia locale agli interessi dell’autorità centrale del partito. L’esempio forse più chiaro fu quando, nel 1998, la direzione centrale costrinse il PT ad allearsi a Rio De Janeiro con il PDT, suo eterno avversario, per salvaguardare le alleanze a livello federale. Il PT di Rio vinse il governo dello stato, ma non riuscì più a darsi una struttura. La strategia di concentrarsi sulle vittorie all’esecutivo ed al parlamento sembravano funzionare, ed il PT ottenne il governo di importanti città quali Porto Alegre, São Paulo e Belém e degli stati di Rio Grande do Sul e Mato Grosso do Sul. Il controllo di alcune grandi città e di alcuni stati diede al PT l’esperienza gestionale che i critici di destra lo accusavano di non avere. Rappresentò inoltre l’opportunità per provare “un modo diverso di fare politica”, specialmente attraverso la partecipazione nel governo dei movimenti sociali e questo nuovo esperimento chiamato “bilancio partecipativo”. Il bilancio partecipativo è nato per caso quando il PT vinse le elezioni per la città di Porto Alegre. Tesserati di sinistra di partito e gli attivisti dei movimenti di quartiere proposero la creazione di assemblee pubbliche aperte e democratiche, ispirate ai soviet russi, in cui si decidessero le priorità del bilancio della città. Dopo un paio d’anni trascorsi nei preparativi ed a risolvere le difficoltà logistiche, il bilancio partecipativo si dimostrò un successo relativo con una buona partecipazione e la razionalizzazione dell’impiego delle risorse dello stato. Per niente simile al soviet, ma nonostante tutto un successo. Nessuno meglio dei cittadini sapeva in che modo dovesse essere impiegato il denaro pubblico. Il governo del PT scoprì che dando alla gente il potere di determinare, all’interno del bilancio dello stato, come impiegare i fondi, rendeva più efficiente l’allocazione delle risorse. Quest’esperimento arbitrario, il bilancio partecipativo, divenne uno dei principali successi del PT e venne ampiamente applicato in altre città con diversi gradi di successo. Evidentemente era un’indicazione della grande innovazione rappresentata dal PT: quella di un partito nato da e inscindibilmente legato ai movimenti sociali. Ma né i movimenti, né il partito erano più gli stessi delle vigorose giornate degli anni ’80. Quando il PT scelse di seguire un cammino istituzionale, i movimenti che erano un elemento indifferenziato del PT seguirono il medesimo percorso. Le lotte vivaci degli scioperi e delle manifestazioni di piazza avvennero sempre meno di comuni, e l’attività di lobby divenne sempre più frequente ed efficace. Il PT divenne sia il rappresentante istituzionale dei movimenti sociali in parlamento che il negoziatore più usuale quando i movimenti si scontravano direttamente con lo stato. Tali scontri si facevano, tuttavia, sempre più rari. Un’importante eccezione era il MST, il Movimento dei Contadini Senza Terra. Il MST nacque più o meno contemporaneamente al PT ma seguì un percorso relativamente indipendente. Adottò la strategia di occupare la terra inutilizzata al fine di esercitare pressione per una riforma agraria. Il successo di questa strategia lo rese presto il più grande movimento al mondo di azione diretta, con oltre 3 milioni di attivisti. Il MST, contrariamente al CUT, ha sempre affermato chiaramente la propria indipendenza dal PT pur mantenendo buone relazioni ed utilizzando il partito come interlocutore nelle negoziazioni con il governo federale. Non solo il PT divenne più istituzionalizzato, ma prese consapevolmente una svolta a destra. Il PT era costituito, sin dall’inizio, da un’ampia coalizione di tendenze marxiste. Queste tendenze coesistevano alternando controllo ed influenza politica in una struttura interna relativamente democratica. Tuttavia, con la centralizzazione delle strutture iniziata nel 1990 la corrente di destra del partito ottenne il controllo e costruì un programma socialdemocratico. La cosa giunse al punto che alcuni importanti leader proposero, nel 2001, che il PT abbandonasse il suo obiettivo di costruire il socialismo. Il discorso socialdemocratico era più che chiaro alle elezioni del 2002. Contrariamente alle elezioni del 1994 e del 1998, quando Lula si candidò e perse, battuto dal socialdemocratico Ferndando Henrique Cardoso, nel 2002 Lula è apparso come un candidato molto moderato. Se il presunto socialdemocratico PSBD di Cardoso ha imposto al paese un programma neoliberista, il socialista PT realizzerà un programma socialdemocratico. Lula si è impegnato duramente per tranquillizzare gli investitori stranieri, assicurando che, contrariamente al vecchio programma di partito, questa volta il PT “rispetterà i contratti” e pagherà il debito estero del paese (pari al 13% del PIL). Il PT ha anche annunciato chiaramente che manterrà la bilancia commerciale in attivo, una politica fiscale responsabile e la valuta libera di fluttuare – tutti punti chiave del cosiddetto Secondo Consenso di Washington. Lula ha detto che continuerà le negoziazioni sull’ALCA, una scelta divenuta esplicita quando il PT abbandonò la sua campagna di massa: un plebiscito ufficioso in cui 10 milioni di persone dissero no all’accordo. Adesso, quindi, le persone stanno aspettando speranzose un governo che, da un lato, dovrebbe rappresentare il cambiamento, e, dall’altro, non ci aspetta porti ad una svolta radicale. La gente che ha votato per Lula non si aspetta un cambiamento reale, e, onestamente, il PT non l’ha neppure offerto. Ancora una volta, come con qualunque governo, di destra o sinistra, la responsabilità del cambiamento rimane ai movimenti sociali. Sono loro che dovranno realizzarlo. Speriamo solo che non rimangano ad aspettare che il governo lo faccia per loro.

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